Giovedì 28 aprile apriamo il dibattito sul tema del Metaverso, analizzandone le opportunità e le risorse, ma anche i rischi e gli aspetti ambigui che può comportare per gli esseri umani.

Il mondo sta evolvendo a una velocità che non è più quella legata ai ritmi dell’uomo ma è imprescindibilmente ancorata ai ritmi di crescita della tecnologia. Mondi virtuali, realtà aumentata, cryptovalute, nft… . Sono 350 milioni le persone che già abitano il Metaverso, 43 i mondi digitali attualmente esistenti.

Di questo universo ai confini con la realtà ne discuteremo nel talk gratuito di giovedì 28 aprile presso Spazio Murat, ore 18:00.

Una visione futuristica del mondo, che guarderemo con sguardo etico e virtuoso, analizzandone i pericoli e i benefici che essa comporta.

Chi saranno gli speaker che discuteranno con noi questo tema?

Giada Iodice, psicoterapeuta della Gestalt e Analisi Transazionale (formazione IGAT, Napoli), psicoterapeuta della coppia e della famiglia (formazione IGP, Arnesano), costellatrice Familiare.
Lavora nel campo delle Costellazioni dal 2009 quando ha conosciuto questo metodo per caso, grazie alla sua maestra e amica, la dott.ssa Sujey Aleman. Grazie alle Costellazioni Familiari ha potuto fare luce su molti aspetti della sua vita e ha deciso di trasformarlo nel suo lavoro.
Contemporaneamente all’università ha seguito una formazione biennale in Costellazioni Familiari e successivamente ha vissuto per un periodo in Messico dove ha approfondito il lavoro di Terapia Individuale con figure, il lavoro con i gruppi, la terapia della Seconda Nascita e la Terapia di Coppia.
Attualmente lavora come libera professionista conducendo terapie individuali, di gruppo, di coppia e di famiglia. Come consulente esterna, si occupa di supervisione e formazione di gruppi in ambito lavorativo.

Sergio Giorgio, esperto di progettazione e sviluppo di sistemi informatici, realtà virtuale, realtà aumentata, intelligenza artificiale e innovazione tecnologica. Dopo aver conseguito la Laurea in scienze dell’informazione presso l’Università degli Studi di Bari, lavora per oltre un decennio come consulente presso la multinazionale “Alstom Ferroviaria” nella progettazione e sviluppo di sistemi ferroviari e sistemi embedded nell’ambito della sicurezza e dell’informazione al pubblico.
Successivamente segue una carriera professionale autonoma lavorando come freelance e collaborando con successo ad un progetto “Horizon 2020” della comunità europea.
Nel 2016 diventa CTO di Mindesk, startup Italo-Americana legata alla realtà virtuale, e sviluppa da solo il primo prototipo; riuscendo a ottenere investimenti istituzionali e privati. Successivamente all’acquisizione della startup da parte di una multinazionale italo australiana, si dimette e intraprende una nuova avventura con la startup Endymion, legata al mondo della realtà aumentata e all’innovazione tecnologica.

Con l’obiettivo di iniziare una discussione sana e consapevole, vi aspettiamo in numerosi!
Per partecipare al talk gratuito segui l’evento Facebook e iscriviti a questo link: https://bit.ly/36DHeL8 .

Gli hubbers di Impact Hub Bari raccontano la loro sul tornare nello spazio coworking dopo aver lavorato fuori dai confini italiani. Il risultato è una maggior carica nel lavoro e più voglia di stare in comunità.

Capita spesso per i lavoratori e gli studenti italiani di trascorrere degli anni all’estero per imparare la lingua o per trovare la propria strada. Scelta più che giusta se si vuole crescere professionalmente e/o provare a vivere la quotidianità lontano dalle proprie radici.

Così è stato per molti hubbers presenti in Impact Hub Bari, che per studio o per lavoro, si sono trasferiti fuori dai confini italiani. Trasferimento che gli ha permesso di conoscere nuove realtà, di lavorare a stretto contatto con la propria azienda, e di acquisire competenze personali e professionali che non avrebbero ottenuto in altra maniera.

Eppure, raccontano gli hubbers, arrivati a un certo punto della loro permanenza all’estero, hanno riscontrato la necessità di tornare “a casa” e di lavorare in maniera differente da come erano soliti fare, ovvero senza troppi vincoli e in un ambiente più caloroso e amichevole.

“Sono rientrata in Italia durante la seconda ondata di pandemia. Sono rientrata per il Covid sì, ma anche e soprattutto perché stanca di andare ogni giorno in ufficio e timbrare il cartellino. Avendo una figlia avevo bisogno di meno costrizioni di orari e di più libertà” – ha raccontato Roberta De Palma, hubber di Hub Bari dal 2015, che nel 2017 ha dovuto trasferirsi a Vienna per continuare il suo mestiere presso UNIDO (United Nations Industrial Development Organization), realtà che si occupa di stipulare programmi di green economy per le aziende del Medio Oriente.

“Ho lavorato a Vienna per 3 anni e mezzo e poi sono tornata a Bari. Una volta qui ho cercato un posto adatto a me per lavorare. Dopo essermi guardata un po’ attorno e avendo visitato altri spazi coworking, alla fine ho scelto di tornare in Hub: l’ambiente qui lo trovo estremamente positivo. Non è il classico ufficio grigio, e mi piace molto l’idea di avere uno spazio condiviso con altri lavoratori, dove è possibile parlare, interagire e creare (volendo) altre collaborazioni”.

È più o meno la stessa esperienza che racconta Ivana Calciano, traduttrice di testi inglesi in ambito marketing commerciale.

Ivana, originaria di Matera, racconta di essere stata, per più di 13 anni fra studio e lavoro, in diverse parti d’Europa, e di esser tornata in Italia con l’intenzione di provare a discostarsi un po’ dal suo mestiere e conoscere altre realtà: “Volevo stare a contatto con realtà sul territorio che fossero più giovanili e che mi permettessero di interagire con delle startup. Alla fine ho trovato Impact Hub Bari. Venire in questo spazio coworking mi motiva. Mi piace il movimento di gente che c’è, e apprezzo il lavoro che si fa per mettere in contatto fra loro le persone. È quello che stavo cercando”.

Dello stesso avviso è Gianluca Ameruoso, ingegnere informatico e programmatore di piattaforme Big Data per Infinite Lambda, hubber dal 2021: “Entrato in questa società di consulenza, la quale modalità lavorativa è completamente da remoto, ero convinto che lavorare da casa sarebbe stato il massimo; ma dopo due anni mi sono ricreduto. Mi piace stare in Hub e non tornerei indietro. Adoro il fatto di stare in uno spazio di coworking e l’idea di poter parlare con persone che fanno cose completamente diverse dalle mie. In Hub ho davvero trovato l’ambiente che cercavo”. “Inoltre – racconta Gianluca – ho visitato altri Hub presenti in Italia e all’estero ma, se magari possono essere più strutturati, non hanno la stessa espansività del sud e quella voglia di giusto svago a cui sono caro e a cui volevo tornare. Alla fine ho scelto Hub Bari anche per questo, se no me ne sarei andato a Milano!” 

In definitiva, gli hubbers di Impact Hub Bari affermano e testimoniano come il coworking, per la sua flessibilità, sia la soluzione ideale alle loro esigenze; e come lo stare in uno spazio dinamico e attivo, in confronto a un ufficio in casa o in azienda, aiuti a produrre un maggior e miglior profitto. Il giusto equilibrio fra lavoro e socialità permette inoltre di rimettersi a lavoro con più carica, e fa crescere la voglia di voler far parte di un gruppo, di una comunità“.

Gli hubbers sono la dimostrazione che il co-working aiuti effettivamente  a conoscere persone/realtà differenti e a fare rete; a scambiare idee ed opinioni (magari anche fuori dagli orari lavorativi) e a creare così collaborazioni, permettendo la crescita personale e professionale.

E tu, che ne pensi del coworking?

Se fai parte di uno spazio collaborativo, magari di un Impact Hub, dicci la tua. Se invece non hai mai provato questa esperienza, allora contattaci per far parte della nostra community!

Impact Hub Bari è sempre pronto ad accogliere nuovi membri come te.

Ti aspettiamo!

Secondo il Mckinsey Global Institute, la diversità di genere migliora il 15% le performance aziendali e per ogni aumento del 10% tra gli executive, l’azienda ottiene un aumento del reddito operativo fino all’8%

Negli ultimi dieci anni il dibattito sulla diversità e l’inclusione all’interno dei board è andato intensificandosi sempre di più.

Tra chi ha abbracciato la causa per una questione di immagine e chi invece si pone in maniera attiva nella creazione di politiche aziendali a favore dell’inclusività delle donne, è innegabile che avere una rappresentanza femminile elevata porti numerosi vantaggi, prima di tutto a livello economico.

L’impatto delle donne nei board

La domanda che ci si pone a gran voce è: perché è importante avere donne nel board di un’azienda e come impatta questa presenza a livello di ritorno economico?

Prima di tutto, è necessario partire da un assunto fondamentale: la diversità e l’inclusione generano vantaggio a tutti i livelli.

Numerosi studi dimostrano che avere dei team eterogenei permette di aumentare la capacità di innovazione e di problem solving in maniera esponenziale, il che si applica benissimo ai team operativi, dal marketing al product development.

Infatti, la diversity all’interno di gruppi di lavoro permette di affrontare una questione o un problema da diversi punti di vista, trovando soluzioni nuove e creative che, in alternativa, sarebbero difficili anche solo da immaginare; proprio perché, una sola persona o un gruppo omogeneo di persone, sono limitate dal loro proprio vissuto e dalla loro sola esperienza.

Inoltre, secondo i risultati ottenuti dal Diversity Brand Index (o anche detto DBI), nel 2019, 3 consumatori su 4 affermano di essere più sensibili al messaggio inclusivo dei brand: il 51% sceglie con convinzione brand inclusivi e il 23% preferisce i brand che investono sulla D&I. Quindi, l’impatto della diversity in azienda incide anche sulle vendite, migliorando i KPI economici.

Perciò promuovere temi di inclusione e diversità in azienda è un grandissimo vantaggio competitivo per le imprese, il che genera:

Non solo equità, ma valore economico

È importante affrontare la parità di genere all’interno dei management delle imprese anche dal punto di vista economico, per dimostrare che l’inclusione e la diversità non sono solo temi di equità, ma anche di business

Parlando di indicatori economici, infatti, uno studio effettuato dai ricercatori della Bocconi e della Consob, ha evidenziato che molti KPI aumentano quando la composizione del board vede almeno il 30% di donne.

In particolare, l’esperimento ha mostrato che:

Che dire, sono delle belle percentuali, vero? Il bello è che più aumentiamo la percentuale di donne nei board, più questi numeri tendono a crescere!

La crescita in termini di awareness e fatturato

Dimostrarsi un’azienda attenta e attiva nell’abbracciare politiche di inclusione e diversità, non è solo importante a livello decisionale e di operations interne.

Riuscire a comunicare in modo efficace tutti gli sforzi e le attività che l’azienda pone in essere per favorire D&I (diversity and inclusion), avvicina le persone e aiuta i consumatori a:

Infatti, le aziende che davvero si sono impegnate nel favorire l’inclusione nelle più alte sfere aziendali hanno registrato un +23% del fatturato nel 2020 rispetto all’anno precedente.

Oltre le quote rosa!

Tuttə abbiamo sentito parlare almeno una volta delle quote rosa, vero?

Istituite nel 2011 per garantire la parità di genere, permette che, nei CDA delle aziende quotate e nelle partecipate pubbliche, almeno il 40% del personale sia di sesso femminile.

Le quote rosa sono state un’importante rivoluzione perché hanno obbligato aziende e organi pubblici a garantire la presenza delle donne.

Tuttavia, questo provvedimento non è sufficiente per assicurare la diversity e la rappresentanza femminile all’interno di gruppi decisionali. Per due motivi: il primo, sminuisce la professionalità della donna, perché fa passare il concetto che sia stata scelta solo per il suo genere; secondo, perché inserire un numero di donne all’interno di un team non significa che esse siano realmente incluse nei processi decisionali.

Perciò molte donne odiano le quote rosa e vorrebbero, invece, che la loro figura venga riconsiderata sotto una chiave diversa: quella della professionalità.

Non perché le donne siano più in gamba degli uomini, bensì perché sono diverse da loro ed è dalla diversità che nasce quell’innovazione e quella creatività che fanno crescere davvero le imprese.

L’inclusione non soltanto dal punto di vista delle donne

Fino ad ora abbiamo parlato di D&I concentrandoci sul tema del geneder balance.

Ma quando parliamo di inclusione e diversità ci riferiamo anche ad altre categorie di persone, dette “minoranze”, come:

Inclusione significa tutto questo. Significa dare la possibilità a qualsiasi essere umano, – perché è di questo che si tratta, di umani – di dare il proprio unico contributo e realizzarsi come persona all’interno di un sistema sociale (sia esso sessuale, identitario, sociale, economico, professionale).

Ogni persona è unica, con un proprio vissuto, una propria storia e sono le storie di ciascuno di noi a far progredire l’umanità e, in essa, le imprese.

Per questo noi dell’Associazione Puglia Women Lead ci impegniamo a promuovere e creare programmi formativi destinati prima di tutto alle donne, alle aziende, ma senza dimenticare che parità di genere, significa davvero tanto di più.

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Ti aspettiamo a braccia aperte 😉

Articolo di Gloria Elicio.

Stage in Impact Hub Bari

Impact Hub Bari é uno spazio di coworking per imprenditori e liberi professionisti che scelgono di lavorare in uno spazio bello, innovativo e dinamico. Impact Hub Bari é anche uno spazio per eventi, un luogo in cui networking e scambio di competenze permettono la crescita e lo sviluppo di progetti innovativi. Impact Hub Bari é un catalizzatore di relazioni e progettualità dove persone di diversa estrazione professionale – dalle industrie creative al mondo del no profit – vengono a lavorare, incontrarsi, imparare e collaborare.

Impact Hub Bari è parte di una rete internazionale di centri per l’innovazione sociale che si pone l’obiettivo di ispirare e sostenere il percorso di innovatori e imprenditori sociali che vogliono costruire un mondo radicalmente migliore. 

 

Cosa stiamo costruendo ad Impact Hub Bari con il nostro hosting team

Siamo prima di tutto una community. Il lavoro come Operation Host sará di accogliere i membri e gli ospiti esterni, cosí come faresti a casa tua, facendoli sentire accolti e speciali, di creare insieme a loro le condizioni per la collaborazione e anche di prenderti cura dello spazio di lavoro.

Chi cerchiamo:

Dettagli

Stage: Operation Host

Data inizio: Luglio 2021

Luogo dello stage: Impact Hub Bari

Etá massima: 30 anni

Per candidarsi inviare il proprio curriculum e lettera motivazionale a [email protected] con l’oggetto “Candidatura Stage Impact Hub Bari”.

Scarica QUI la tua candidatura come Operation Host!

“L’efficacia della comunicazione sta nella risposta che ottieni” 

Questo è un presupposto della PNL e trovo personalmente che sia meraviglioso. Perché? 

Perché pone la totale responsabilità della comunicazione nelle mani di chi trasmette il messaggio. Questo vuole dire che, se l’interlocutore non riesce a capirci o reagisce in maniera diversa dalle nostre aspettative, significherà che abbiamo usato una modalità di comunicazione “diversamente  funzionale” con quell’interlocutore.

Quindi Lorenzo, mi stai dicendo che è responsabilità mia se l’interlocutore non mi capisce?

Assolutamente si! Permettimi di spiegarti il perché.

Le parole comunicano le nostre idee, le nostre emozioni, convinzioni, e tanto altro.

Il dizionario della lingua italiana conferisce  un significato oggettivo e preciso ad ogni singola parola. 

Ma allora come mai, nonostante tutta questa oggettività, otteniamo risultati diversi ogniqualvolta comunichiamo con persone diverse anche usando lo stesso linguaggio? 

È molto semplice: credere che ci sia una lingua comune è solo un’illusione, così come lo è credere che ci sia una realtà comune! 

Il linguaggio non dipende dal significato ma dipende soprattutto dal significante, cioè dalla soggettività di colui che parla. Ogni parola può avere un significato specifico sul vocabolario, ma questo non preclude che ognuno di noi possa avere un’ interpretazione completamente soggettiva di quel significato.

Facciamo una prova, così da spiegarvi nel dettaglio cosa intendo.

Provate a pensare ad un “albero”, prendetevi qualche secondo…fatto?

Ora, se fossi difronte a tutti voi, vi chiederei a quale albero avete pensato e potrei scommettere che ognuno di voi ha pensato ad un albero diverso. 

Come faccio a dirlo con certezza? 

Perché è uno degli esperimenti che propongo durante i miei corsi per far comprendere il potere straordinario delle parole. 

Ma cosa intendo, esattamente, per “albero diverso”?

Ve lo spiego tra poco.

Ogni qualvolta noi pronunciamo o ascoltiamo una parola, attribuiamo a quella parola una rappresentazione, soggettiva, specifica. Essa può assumere forme diverse a causa delle diverse influenze esterne o interne. 

Per esempio, potreste immaginare un albero specifico in base al territorio nel quale vivete e nel quale è molto diffuso; oppure, potreste immaginare l’albero che produce il vostro frutto preferito e così via. 

Mettiamo il caso che due di voi abbiano pensato allo stesso albero, ad esempio un bellissimo ciliegio. Se vi chiedessi di descrivermi ciò che immaginate, uno di voi potrebbe rappresentarlo in fiore mentre l’altro potrebbe rappresentarlo con rami spogli. Questo dettaglio potrebbe dipendere dal diverso stato emozionale vissuto dalle due persone, in quel momento. Curioso vero? Tutto questo è accaduto dicendovi solo la parola “albero”.

E se vi dicessi invece, “politica”?

Questo è un piccolo assaggio del potere delle parole. 

Ora, permettetemi di condividere con voi uno dei principi fondamentali della comunicazione per usare al meglio questo potere così da ottenere risultati concreti ed efficaci nel momento in cui comunicate con qualcuno. 

Il principio del “Rimprovera il fai e proteggi il sei”

Questa è una strategia comunicativa che funziona benissimo con i  bambini ma per pura curiosità l’ho applicata anche ai miei colleghi e clienti. Risultato? Un cambiamento comportamentale repentino nei miei confronti e soprattutto nel dialogo con se stessi. 

Per farvela capire al meglio vi farò un esempio.

Prendiamo l’affermazione: ” Sei uno stupido”! 

Secondo voi qual è la reazione emotiva e mentale che avrà la persona che riceverà questo messaggio? 

La psicologia afferma che c’è una buona probabilità che la persona giudicata, penserà di “essere” uno stupido e non di “aver fatto” lo stupido. La differenza? E’ enorme! Il verbo “essere” è identitario, si riferisce cioè direttamente alla nostra identità e quindi a ciò che “siamo veramente“. L’identità è qualcosa che viene percepita dal nostro cervello come difficilmente modificabile.

Immaginate anche che questa identità venga attribuita in maniera ripetuta, nel lungo periodo, da una persona per noi importante come un datore di lavoro che stimiamo, un genitore, un partner o un amico. 

Sapreste dirmi quale risonanza avrebbe per noi questo giudizio? Con una buonissima probabilità diverrebbe “vero”!

E invece non è così, possiamo dire che noi abbiamo solo “fatto gli stupidi” e non “siamo stati stupidi“, utilizzando il verbo “fare” al posto del verbo “essere“, svincoliamo l’accusa dall’identità, incolpando quella singola azione in quel momento, senza dare per scontato che si ripresenterà.

Quindi come poter comunicare al meglio in questi casi? 

Utilizzate sempre un giudizio sul comportamento attuato, preservando l’identità in forma positiva. Esempio:

“Sei una persona estremamente intelligente, come mai questa volta hai fatto questo errore?”.

Ricordate che parlare e comunicare sono due azioni diverse. 

Quando “parliamo soltanto”, stiamo solo dando aria ai nostri pensieri che potrebbero essere distorti, incompleti o generalizzati. Mentre quando “comunichiamo”, sappiamo esattamente quale risposta potremmo ottenere dal nostro interlocutore, ponendoci costantemente al di fuori di ogni logica prescrittiva, valutativa o giudicante. Le probabilità di avere una comunicazione efficace, aumentano significativamente perché ci stiamo assumendo la responsabilità di ogni parola che pronunciamo e della reazione che susciteremo.

Insomma possiamo dire che saper comunicare è un arte che ci permette di ottenere risultati concreti, efficaci ed estremamente produttivi, sia su gli altri che su noi stessi. Quindi ricorda sempre che:

L’efficacia della comunicazione sta nella risposta che ottieni”.

Carmen Pisanello, Member Host presso Impact Hub Bari, classe 1989 e appassionata di fumetti, è l’autrice dei testi di “Scrivere sui muri”, libro grafico illustrato dallo spagnolo Elìas Tano, già conosciuto nel settore per essere l’autore di copertine e grafiche di diverse riviste.

Il progetto di “Scrivere sui muri” parte dalla street art, l’arte di strada, oggi ancora confusa dai più solo come vandalismo, lontano quindi dal concetto stesso di arte e ancora di più da quello educativo.

Le motivazioni che spingono gli artisti urbani a rappresentarsi in questo percorso non canonico sono le più disparate: dalla critica verso la proprietà privata alla libertà di esprimersi senza vincoli.

“Non bisogna sottovalutare il potere della verità su un muro”.

Nel volume i due autori prendono avvio da questa idea portando l’attenzione del lettore/genitore su una nuova concezione dell’attività.

“Quando cammini per la tua città, guardati bene intorno” è il suggerimento che si legge nella sinossi del volume.

“Graffiti squillanti sui vagoni, murales dipinti sui palazzi, scritte sghembe sul cavalcavia […] I muri diventano pagine illustrate, ricche di colori e di vita, nel libro aperto delle città”.

Le città in “Scrivere sui muri” diventano tele bianche pronte per essere riempite di colore e creatività, ci ricordano di essere bambini e di meravigliarci quando siamo fermi nel traffico o al rientro da una pesante giornata di lavoro. La città non è più uno sfondo incolore che guardiamo distrattamente, ma ci fa sentire parte di qualcosa di più grande, rendendoci partecipi di messaggi spesso universali e di forte impatto – esempio tra tutti il famoso artista Bansky che riesce con pochi tocchi di vernice a farsi portavoce delle masse senza costrizioni.

“Scrivere sul muro è un po’ come gridare”.

I bambini hanno la capacità di cogliere la meraviglia, una capacità che tutti noi possediamo ma che diventa sempre più difficile tenere viva: Carmen Pisanello ed Elìas Tano ci invitano a non dimenticarlo e per farlo si rivolgono proprio a quella parte fanciullesca che risiede in noi, attraverso gli occhi pieni di stupore dei più piccoli.

La preoccupazione degli adulti”,  si legge in una pagina, “è quella di aver rovinato il muro”.

Scrivere sui muri spesso è proibito: oltre alla possibilità di essere multati si può incorrere nel rimprovero dei passanti perché il primo verbo che è sempre sulla bocca di tutti è “rovinare”.

Ma si tratta davvero di rovina quando siamo di fronte ad una forma di espressione?

Carmen ed Elìas invitano alla riflessione sulla differenza che intercorre tra cartelloni pubblicitari sparsi nella città a volte senza nessun controllo e questa forma di espressione.

Murales, graffiti, a cielo aperto queste opere sopravvivono ai loro creatori, destinate a far rimanere con il naso all’insù i passanti nel corso degli anni.

Il lavoro di Carmen Pisanello ed Elìas Tano è lodevole: in un percorso non sempre facile come quello dell’editoria indipendente (il volume è pubblicato dalla molto attiva casa editrice Momo Edizioni) queste opere fresche e alternative, dovrebbero essere conosciute e sfogliate da grandi e piccini.

Scritto da Sabrina Turturro.

 

Lavorare da uno spazio condiviso implica prendere in considerazione alcune regole non scritte per facilitare la convivenza tra i suoi membri.

In Impact Hub Bari lavoriamo affinché la comunità si senta a proprio agio e al sicuro e possa sfruttare tutto il suo potenziale nei nostri spazi. Abbiamo fatto uno sforzo per adattare i nostri servizi e spazi per rispondere ai nuovi bisogni della società e per continuare a supportare aziende e persone nello sviluppo dei loro progetti e attività di impatto. La rete Impact Hub è nata per promuovere spazi di lavoro collaborativi. Questa idea continua ancora oggi, sebbene i membri possano godere di spazi privati ​​come uffici o sale riunioni.

Tuttavia, scegliere uno spazio di coworking per lavorare significa entrare in dinamiche diverse da quelle che trovi in ​​un ufficio convenzionale. Per questo abbiamo chiesto ai nostri membri quali sono le regole per una buona convivenza in un coworking e le abbiamo raccolte qui. Prendi nota!

1. Prenditi cura degli spazi comuni

Il modello di coworking è progettato per condividere le risorse, quindi l’uso che ne facciamo influenzerà direttamente il resto dei colleghi. Ad esempio, dopo una pausa caffè, assicurati di lasciare tutto ben pulito.

2. Conoscere la filosofia di lavoro

Se vai a lavorare in un coworking è necessario che tu conosca e condividi la filosofia del lavoro collaborativo, che include valori come l’empatia, l’ascolto attivo e la cordialità. Ciò significa, ad esempio, salutare quando si arriva allo spazio la mattina, essere disponibili per la conversazione nelle aree comuni o rispettare gli altri membri.

3. Ricordati di prenotare le sale per le tue riunioni

Impact Hub Bari dispone di sale attrezzate per ospitare riunioni o eventi da remoto. Per questo motivo è consigliabile utilizzarli – prenotandoli in anticipo – per effettuare le proprie chiamate o riunioni da remoto o di persona. In questo modo ti assicuri di non disturbare chi ha bisogno del silenzio per lavorare. C’è spazio per tutti! Ciò migliorerà anche la tua produttività e quella delle persone intorno a te.

4. Non occupare spazi comuni solo per te

Tenere in considerazione gli altri è fondamentale quando si utilizzano gli spazi: ricorda sempre che sei in un luogo condiviso. Se sei uno di quelli a cui piace lavorare al tavolo da cucina, devi ricordare che l’uso prioritario di quello spazio durante l’ora di pranzo sarà un altro.

5. Rispettare le norme igieniche e anti-COVID

Impact Hub Bari ha incorporato e adattato i suoi spazi di lavoro alle nuove circostanze, con rigide misure di salute e sicurezza, in modo che oltre ad essere fonte di ispirazione, sia sicuro lavorare nel coworking. Dispone di tutte le misure igieniche, DPI e informazioni costantemente aggiornate.

6. Conosci tutti i vantaggi della tua membership

Scopri i vantaggi della tua membership per ottenere il massimo dai servizi che hai a portata di mano. Nel caso di Impact Hub Bari, puoi avere accesso a sale riunioni gratuite, servizi per la tua azienda come l’accompagnamento a bandi regionali, sconti con i nostri partner, sconti per servizi offerti da altri hubbers, ricezione di pacchi e lettere, Hub Passport per fruire di uno spazio Impact Hub in più di 100 città in tutto il mondo (gratis!)

7. Sii proattivo e condividi idee per il miglioramento continuo

Vedi qualcosa che potrebbe essere gestito diversamente? Riesci a pensare a un miglioramento a vantaggio della comunità? La tua esperienza migliorerebbe con un cambiamento a cui hai pensato? Sentiti libero di comunicare le tue idee. Il nostro team di host è il punto di riferimento del nostro spazio per ascoltare attivamente le esigenze della community e, allo stesso tempo, rendere più facile la vita quotidiana dei membri.

Queste 7 regole per la convivenza riassumono lo sforzo di una comunità di professionisti e aziende che condividono lo spazio di lavoro e un team impegnato che lavora.

Manifesto del coworking

  1. Collaborazione al di sopra della concorrenza.

  2. Community al di sopra delle to-do List.

  3. Meglio partecipare che osservare.

  4. Non solo dire, soprattutto fare.

  5. Amicizia invece di formalità.

  6. Audacia contro conservatorismo.

  7. Apprendimento contro esperienza.

  8. Le persone prima delle personalità.

  9. Ecosistema basato sui valori, più che sulla catena del valore.

Grazie al contributo della Dott.ssa Alessandra Stella Caravella, psicologa e psicoterapeuta in formazione Gestalt, abbiamo deciso di parlare di Burnout: ovvero problematiche correlate allo stress da lavoro che sempre più riguardano i lavoratori in questo periodo.

Un tema chiave in questo periodo poichè rappresenta l’altra faccia dello smartworking (o remoteworking), soprattutto per chi lo svolge da casa.

 

Ecco che nello specifico, Alessandra ci parla del Burnout una sindrome da stress correlata al lavoro, e si manifesta con una sintomatologia mista, a tratti simile alla depressione.

Si tratta di uno stato che coinvolge l’individuo da ogni punto di vista: ha un impatto sullo stato emotivo, sui pensieri e sul comportamento.

La traduzione letterale della parola Burnout è bruciarsi: la persona ha la sensazione di non aver più nulla da dare, di aver consumato tutte le energie a sua disposizione.

Le cause fanno riferimento alle caratteristiche del lavoro, ed alle caratteristiche della persona. Sono più esposte le professioni usuranti ed emotivamente coinvolgenti, così come persone ambiziose e con elevate aspettative. Questo ha a che fare con i confini e con i limiti che la persona riesce a stabilire tra le differenti aree della propria vita.

L’attuale situazione sanitaria ha modificato profondamente le modalità di gestione dei tempi e degli spazi lavorativi, soprattutto per alcune categorie. Facciamo riferimento allo smartworking.

Quali sono le conseguenze del lavoro agile svolto in casa? Uno dei dati di fatto è che si è sempre reperibili, la vita privata si riduce, si ha la sensazione di non differenziare mai il contesto lavorativo da quello domestico, le relazioni sociali sono minime, le distrazioni sono moltissime.

Da sempre, le categorie più a rischio di burnout e delle problematiche correlate allo stress da lavoro, sono state le professioni di cura: infermieri, medici, psicologi. Questo perchè, all’interno di una relazione d’aiuto è più difficile stabilire un confine e riuscire a gestire la sofferenza dei pazienti senza farsene carico anche nella vita privata.

Oggi accade lo stesso con lo smartworking: categorie apparentemente meno a rischio di burnout, stanno iniziando a soffrirne proprio a causa della difficoltà a differenziare gli spazi privati da quelli professionali.

COSA FARE: 4 SUGGERIMENTI UTILI

  1. Definisci degli obiettivi chiari e raggiungibili. Non eccedere. Hai bisogno di tempo per ricaricare le batterie, e fare qualcosa che permette alla mente di staccare la spina.
  2. Dedica impegno alla cura di te. Anche se trascorri il 90% del tempo in casa è importante non trascurare l’igiene personale, l’attività fisica, il numero di ore di sonno ed una alimentazione equilibrata, con un moderato consumo di alcol.
  3. Interrompi il contatto con la tecnologia quando puoi e dedicati alle persone a te care. L’essere umano vive di relazioni sociali: in assenza di contatto con gli altri, è difficile anche il contatto con te.
  4. Disciplinati, utilizza 10/15 minuti al giorno per dedicarti ad una attività costante. Puoi sceglierla in base alla tua curiosità ed interessi. La disciplina insegna a fare le cose con moderazione, ed aiuta a scoprire che il punto di equilibrio è interno e non esterno
  5. Se hai la possibilità di scegliere da dove lavorare, anche solo per qualche ora al mese, cerca uno spazio alternativo, per esempio un coworking come Impact Hub Bari che offre diverse possibilità, tariffe orarie flessibili e totale sicurezza negli spazi.

 

Alessandra Stella Caravella, psicologa e psicoterapeuta in formazione Gestalt.

Remoteworking, smartworking… coworking? Come è cambiato il vocabolario del lavoro? Per alcuni, già prima ma per quasi tutti dopo la Pandemia e il primo lockdown, il modo di vivere e pensare il lavoro è cambiato.

Nessuno avrebbe mai pensato che lavorare da casa potesse essere la regola generale, così come nessuno avrebbe mai pensato che molte aziende avrebbero optato per i coworking come sedi operative distaccate, per il reintegro dei propri dipendenti.

Insomma, l’ufficio come l’abbiamo sempre conosciuto, non appare più la regola e questo ha i suoi vantaggi.

La scelta del coworking appare in tempo di Covid, una valida alternativa al classico ufficio aziendale o anche allo stare a casa (cosa che a volte si traduce nello scappare in un bar per cambiare aria, quando i vari DPCM ce lo consentono!).

La pandemia ci ha sicuramente insegnato ad invertire i paradigmi, ed è per questo che ad oggi, tra i frequentatori dei coworking, ci sono i dipendenti di imprese consolidate, persino multinazionali che lo affiancano in maniera flessibile al remoteworking e allo smartworking.

Ma perché queste aziende stanno optando per i coworking?

Per la prima volta nella storia, le aziende si sono viste costrette a vedersi in modo diverso: la sede operativa dei propri dipendenti non è più l’azienda ma diventa la casa stessa del lavoratore. Questo, almeno in una prima fase, ha portato ad una “perdita del controllo” sui lavoratori, dall’altra ha portato quest’ultimo a lavorare senza orari, con riunioni e consegne ad orari impossibili. Lo spazio di lavoro e quello della vita privato si fondono, i confini tra l’uno e l’altro sono più sfumati. Questo sicuramente non fa bene: tutti abbiamo potuto constatare che non sempre le condizioni lavorative a casa sono ottimali o riescono a coincidere con la produttività che il lavoro richiede.

Per questo, dopo i lunghi mesi di remoteworking, confinati a casa a causa della pandemia, gli spazi di coworking possono rappresentare per le aziende ed i loro dipendenti, un momento di transizione:
un ambiente informale e stimolante, una community multidisciplinare e sempre pronta al confronto e alla crescita professionale, uno spazio di ispirazione e dinamico.

Inoltre molto spesso, gli spazi di coworking sono uffici bellissimi e ampi fatti per ospitare più persone e garantire la privacy di ognuno dei suoi membri (ed in questo periodo anche la sicurezza sanitaria dei propri membri).

Se le aziende più strutturate iniziano ad affacciarci da qualche mese ai coworking, i freelance e gli startupper ne rappresentano la linfa vitale: aperti e collaborativi, hanno bisogno di una community per fare networking e cercare nuove collaborazioni e opportunità.
Ma la scelta del coworking può anche essere più pratica: avere la possibilità di stabilire la propria sede legale o sede operativa, ospitare dei clienti in uno spazio riunioni dotato di ogni servizio tecnologico, flessibilità nelle tariffe.
Insomma, cose che lavorando da casa, sono più difficili da gestire.

Hai mai provato a lavorare in uno spazio di coworking?

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Coworking: ne avete mai sentito parlare?

L’ufficio tradizionale sta lasciando il posto ad una concezione molto più innovativa del lavoro: Coworking. In questo articolo vi spieghiamo 5 buoni motivi per condividere uno spazio di lavoro invece di rimanere isolati (e magari con il portafogli più leggero) tra le vostre quattro mura.

Il Coworking è molto più di un modo di lavorare. E’ vero e proprio stile che predilige la condivisione degli spazi, mantenendo, però, l’autonomia delle attività.

L’isolamento: il rischio delle professioni moderne. I professionisti che lavorano da casa o quelli che viaggiano finiscono spesso per svolgere la propria attività in condizioni di isolamento. Perdere la concezione dell’interazione umana è la cosa peggiore che possa accadere ad un brillante lavoratore autonomo. Il Coworking può essere una soluzione perché l’ambiente condiviso ha anche la funzione di mettere in contatto le persone e favorire le collaborazioni, grazie alla sinergia che si crea in maniera naturale.

I 5 vantaggi dell’ufficio condiviso. Perché scegliere il Coworking?

I motivi per scegliere la condivisione dello spazio di lavoro sarebbero innumerevoli, ma possiamo sintetizzarli in 5 buoni motivi. Eccoli:

Il Coworking è il futuro del lavoro, perché il mondo si può cambiare e anche subito, ma bisogna essere uniti. Noi di questo ne siamo convinti, ma siamo altrettanto determinati nell’affermare che ciò non può avvenire in piccoli spazi di lavoro senza valori e regole condivise. Da Amsterdam a Johannesburg, da Singapore a San Francisco, Impact Hub è un network internazionale di coworking in costante crescita; mette in rete più di 15mila professionisti che hanno scelto la strada della condivisione, e non solo. Innovazione, rispetto per l’ambiente e per gli altri, creatività e cultura sono alla base della crescita. Oltre 90 Impact Hub sono già aperti in tutto il mondo e ognuno ha la sua community con i propri eventi e iniziative. Grazie alla rete impact Hub, infatti, lo spazio diventa il luogo nel quale convertono i più interessanti progetti di innovazione sociale.

Ma adesso siamo noi a chiedervi: perché rimanere isolati quando esistono almeno 5 buoni motivi per scegliere il Coworking?

Tenutosi a Spazio Murat il talk “Metaverso: potenziamento della realtà o fuga da essa?” . Portate alla luce le opportunità ma anche gli aspetti ambigui di questa realtà sempre più vicina a noi

“Parliamo oggi di un fenomeno che non ha ancora preso veramente piede oggi, ma che si riscontrerà nel prossimo futuro. Un qualcosa ancora in divenire”. Con queste parole Sergio Giorgio co-fondatore di Endymion start-up di realtà aumentata, ed esperto di progettazione e sviluppo di sistemi informatici, realtà virtuale, intelligenza artificiale e innovazione tecnologica – apre la discussione sul Metaverso.

Come ha spiegato Sergio nel talk, la parola Metaverso è diventata la parolina magica che si usa in ogni discussione che riguardi le nuove tecnologie. Molto probabilmente a causa di Mark Zuckerberg, CEO del colosso Facebook, che per annunciare l’impegno della sua società nella creazione di un universo parallelo e del passaggio di nome da FB a META, ha diffuso in rete un suo video all’interno del Metaverso. Inoltre, tale parola viene erroneamente ritenuta e usata come sinonimo di realtà virtuale.

Ciò dimostra che c’è una grande confusione su cosa sia e cosa non sia questo fenomeno.

Ma quindi cos’è realmente il Metaverso?

Durante il talk Sergio ci spiega che di Metaverso non esiste una reale e vera definizione, essendo un fenomeno al momento agli inizi, ma cerca comunque di darci una dritta per farcelo comprendere, e ci illustra un sunto sulle sue caratteristiche:

il Metaverso è una rete di mondi virtuali aperti e condivisi costituiti da ambienti virtuali 3D: è solo uno ed interconnette più realtà parallele aperte e condivise;

realtà virtuale non è sinonimo di Metaverso, bensì essa è un mezzo per entrarci;

–  gli strumenti principali per accedere al Metaverso sono i visori

gli utenti, potenzialmente in numero illimitato, sono dotati di avatar digitali con un’ídentitá persistente nel tempo;

gli utenti possono esplorare i mondi stessi ed interagire con altri utenti sperimentando la stessa realtà in maniera sincrona;

i cambiamenti che avvengono nei mondi virtuali persistono nel tempo: strutturali, pagamenti, proprietà di beni, transazioni.

Ci dice anche che il termine Metaverso proviene dal mondo della fantascienza: fu coniato nel 1992 da Neal Stephenson, autore del romanzo postcyberpunk “Snow Crash” (quindi non è stato Zuckerberg il primo a usarlo e a diffonderlo). Ci sono diversi film che ne trattano, come il Tagliaerbe di Brett Leonard (1992) e Ready Player One di Steven Spielberg (2018). Quest’ultimo in particolare rappresenta piuttosto fedelmente quello che sarà da qui a 15 anni.

Quindi, parlando in una visione futuristica, un giorno il Metaverso costituirà l’esistenza dell’uomo e la realtà che conosciamo oggi non esisterà più. 

Al momento siamo ancora lontani da ciò, ma pian piano ci stiamo avvicinando. Ne sono una dimostrazione alcuni videogame e applicazioni che usano il mezzo della realtà virtuale per essere utilizzate dagli utenti. Queste sono: Second Life, Roblox, Fortnite, Star Atlas, Decentraland, The Sandbox, Horizon Workrooms, Opensea, Bloktopia.

Ma quali sono i vantaggi che ci fornirà?

L’interazione con persone fisicamente distanti da noi ad un livello molto più avanzato dei social d’oggi: si potrà “toccare” l’altro e stare insieme. Il comprare terreni, proprietà, beni e servizi. Lavorare. Fare viaggi. Visitare nuovi mondi a portata di visore. Insomma, si potrà costruire una vita a propria misura.

Ma, se davvero ci darà tutte queste opportunità, ci darà anche altro? forse di più ambiguo?

Purtroppo sì, come ci spiega invece Giada Iodice, psicoterapeuta della Gestalt e Analisi Transazionale.

“Dal punto di vista psicologico – spiega Giada nel talk – il Metaverso ci potrà aiutare nel trattamento delle fobie o dei disturbi post-traumatici da stress. Se penso a come funzionano i neuroni specchio (la parte del cervello che si occupa del movimento) immagino ci sarà qualcosa di interessante nella riabilitazione fisica, perché attraverso la realtà 3D ci saranno delle forme di stimolazione e riabilitazione di tali aree cerebrali”.

“Però – continua – siccome la realtà è duale, l’essere umano è duale, e tutto è fatto di luce e ombra, ci saranno anche una serie d’insidie nel Metaverso (alcune che riscontriamo già oggi col mondo di internet). Infatti, c’è già una parte della comunità scientifica che parla di un suo potenziale distruttivo per la salute pubblica. Perché? Perché il Metaverso fa fuggire l’uomo dalla realtà, dalle difficoltà della vita. Con esso l’uomo non avrà più la voglia e l’abitudine di fare lo sforzo per conquistare le cose. Uno sforzo in realtà indispensabile perché è ciò che gli permette di creare quella abilità di conquistare da sé la propria vita e i propri sogni. Un’abilità che determina la capacità di adattamento, l’autostima e una serie di altre competenze indispensabili per vivere”.

L’uomo quindi sarà meno capace di gestire e tutelare la frustrazione, e ciò causerà azioni incontrollate e violente (omicidi, i femminicidi, le violenze fisiche e psicologiche e così via).

Sarà meno capace di creare tessuto sociale: la facilità di interazione e di trovare spazi protetti all’interno del digitale, daranno meno spinta di upgrade, meno spinta di andare a cercare fuori il proprio spazio e di creare fuori la socialità. Tutto ciò farà sì che l’uomo scomparirà all’interno del mondo che lui stesso ha creato.

Come ci difendiamo perciò da ciò, e come evitare di scomparire? 

Giada prova a dare una possibile e sincera risposta:

“Non lo so – risponde – non posso saperlo visto che il Metaverso è qualcosa ancora in divenire. Ma penso, in base ai miei studi e alla mia esperienza come psicoterapeuta, che la miglior difesa sia la consapevolezza.

Il sapere che questo mondo sta arrivando e che ne faremo parte ci permetterà di prepararci per sfruttare a nostro vantaggio le sue potenzialità, e allo stesso tempo rimanere con gli occhi aperti. Abbiamo la responsabilità di conoscere il mondo in cui viviamo, di conoscere i nostri e i suoi limiti, di proteggere i bambini e guidare gli adolescenti (ad esempio imponendo un tempo per usufruire delle tecnologie e un tempo invece per fare esperienze fuori). Ognuno di noi ha il dovere di stare attento, per non rischiare di diventare un fantasma. Potrà essere difficile, come lo è già oggi nel distaccarci dalle tecnologie, ma la consapevolezza e un autocontrollo sano potranno aiutarci a conservare la nostra umanità”.

In conclusione, ciò che emerge dalle parole dei nostri interlocutori e dallo scambio di opinioni che è avvenuto col pubblico durante il talk, è che certamente del Metaverso esisteranno sia aspetti positivi che negativi, ma che starà a ognuno di noi determinare la sua valenza nella nostra vita, scegliendo ogni giorno da che parte stare e quando e come usufruire di esso.

Ti interessa l’argomento ma ti sei perso il talk? Guardalo qui!

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Il mercato è cambiato e noi consumatori richiediamo prodotti “ecosostenibili” senza aver realmente compreso il significato del termine, questo perché il consumo dei prodotti sostenibili sta diventando una moda.

Ecco che quindi le aziende per invogliarci ad acquistare i loro prodotti, ci confondono con etichette green e strategie di comunicazione al punto tale da farci pensare di aver acquistato prodotti eco-friendly anche quando non è così.

E’ vero che è un trend in crescita, ma la strada verso la sostenibilità è ancora molto lunga.

Non basta affermare «il mio prodotto è più verde» ma è necessario dimostrarlo, argomentarlo, inserire il messaggio in modo coerente nel sistema di valori e negli stili di vita dei consumatori per non cadere nel rischio di  greenwashing.

COSA E’ IL GREENWASHING?

 Il greenwashing è una strategia di marketing attraverso cui le aziende pubblicizzano solo gli aspetti più green dei loro business e dei loro prodotti tacendo, invece, su ciò che tanto verde non è.

Il “greenwashing” quindi è una pratica ingannevole, soprattutto in questo momento storico in cui vengono sostenuti i consumi sostenibili e la transizione verso l’economia circolare; iIl termine prende ispirazione da whitewash, che significa “imbiancare” che, nella sua accezione più ampia, vuol dire ‘nascondere’.

La parola Greenwashing  venne usata  per la prima volta nel 1986 da un ambientalista – Jay Westerveld – per smascherare i messaggi green delle catene alberghiere che invitavano i clienti a non sostituire gli asciugamani per ridurre il numero dei lavaggi e di conseguenza il consumo di risorse ambientali e l’impatto sull’inquinamento. In realtà si trattava soltanto di trovare una motivazione valida e meritevole di considerazione per risparmiare sulle bollette energetiche degli albergatori.

COSA FARE PER DIFENDERCI DAL GREENWASHING

Verificare le etichette e le certificazioni di prodotto.

Il mercato è cambiato e noi consumatori possiamo però difenderci da chi propone prodotti “green e sostenibili” in modo sleale,  verificando le etichette e le certificazioni applicate al prodotto. Quando un prodotto si definisce “eco-friendly” o “100% naturale” o “certificato naturale”, senza alcun sostegno documentale, ci troviamo davanti ad auto-dichiarazioni.

Nel food, dobbiamo prestare attenzione alla provenienza, alla qualità e alla sostenibilità dei prodotti alimentari. Esigere massima trasparenza sulle informazioni presenti sulle etichette, tenendo conto anche del benessere degli animali durante l’allevamento e il trasporto.

Nel fashion invece, il secondo settore più inquinante al mondo, ci sono delle certificazioni tessili che comprovano la qualità delle materie prime, la loro tracciabilità, l’impatto ambientale e il rispetto dei lavoratori. Inizialmente ci sembreranno difficili da riconoscere, ma poi impareremo a farlo, preferendo quindi quei capi realmente sostenibili.

La verifica delle etichette è una buona pratica che potremmo trovare difficoltà ad attuare nel caso di acquisti online, dove appunto il controllo è difficile o quasi impossibile, a meno che l’etichetta sia riprodotta integralmente in piattaforma. In aiuto è arrivata l’Unione Europea con l’annuale indagine sulle violazioni del diritto dei consumatori nei mercati online, condotta quest’anno sul greenwashing. I risultati dello screening, sono parecchio vicini all’inganno: nel 42% dei casi le autorità hanno avuto motivo di ritenere che l’affermazione green potesse essere falsa o ingannevole e potesse potenzialmente configurare una pratica commerciale sleale.

Farsi un’opinione sull’azienda.

Leggere e approfondire le politiche di sostenibilità ambientale e sociale del gruppo aziendale. Cercare informazioni su internet, leggere opinioni e news collegate per capire in base a quali parametri si definiscono “green”, quale sia l’impatto ambientale del prodotto nel suo processo di produzione e distribuzione. Non da ultimo, valutare quanto sia orientata l’azienda nell’impiego etico di forza lavoro.

Farsi un’opinione sulla comunicazione del brand

Considerare il taglio di comunicazione del brand e il visual utilizzato per promuovere la sostenibilità, diffidando da comunicazioni poco orientate all’intero sistema di produzione, ma impostate interamente su un unico  aspetto eco-friendly di un singolo prodotto o di una linea in edizione limitata, per es. una capsule collection.

 

“LESS IS MORE”

 Frastornati da una comunicazione martellante su quanto siano “sostenibili” tutti i prodotti attualmente in commercio, possiamo affermare che la situazione purtroppo è ben diversa in quanto è molto raro che, nel breve tempo, un’azienda che produce prodotti o fornisce servizi “ecosostenibili” abbia già osato il cambiamento, innovato la propria visione di economia, da lineare a circolare, modificato  modelli di business sul ciclo di vita del prodotto e la valorizzazione del suo fine vita, risposto alla risoluzione dei problemi della società in modo etico, inclusivo, ecologico e innovativo e  ampliato il concetto tradizionale di stakeholder, includendo anche il consumatore e  chiunque si senta più o meno “toccato” dall’attività aziendale, non solo per interessi o per geolocalizzazione.

Insomma, la strada è lunga… Quello che, nel breve periodo, noi consumatori possiamo certamente fare sono scelte di acquisto coerenti e consapevoli e soprattutto chiederci: “ne avrò realmente bisogno? Less is more!”

Mariangela Bonifazi