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Articolo di Melita e Michele Spazio S.P.I.N.

 

Nel mondo delle startup si sente spesso parlare di validazione dell’idea di business, ma spesso c’è molta confusione in merito al concetto: cosa vuol dire “validare”? Cosa devo validare e a cosa serve la validazione?

 

Possiamo dire che il concetto di validazione – applicato al mondo delle startup – prende piede grazie alla metodologia del Lean Startup, cioè quell’approccio che applica i principi della produzione leggera (Metodo Toyota) al processo di creazione e sviluppo di una startup, evitando inutili sprechi di risorse.

 

Tornando alla domanda iniziale: cosa significa validazione?

Nel mondo delle startup, validare una idea di business significa avere una risposta concreta alle ipotesi/presupposti su cui si basa il progetto di impresa, cioè una risposta a quelle che Eric Ries (il padre del movimento Lean Startup, di cui qui trovate il sito ufficiale) chiama le ipotesi fiduciarie (ipotesi sul valore e sulla crescita).

 

Tale ragionamento è fondamentale se si considera che una startup – rispetto ad una comune impresa – si distingue perché si muove in una condizione di incertezza:

  • Incerto è il mercato in cui essa si muove, perché nessuno ha mai soddisfatto prima il bisogno a cui si sta cercando di dare una risposta (I consumatori sono consapevoli di avere il problema che sto cercando di risolvere?);
  • Incerta è la risposta del mercato ad una soluzione a quel problema: se esistesse, ci sarebbe qualcuno disposto ad acquistarla? La acquisterebbe da noi?
  • Incerta è la nostra capacità – soprattutto nelle prime fasi – di sviluppare una soluzione di valore a questo problema: ne siamo in grado?

 

Il metodo Lean Startup ha messo a punto un approccio che è in grado di dare una risposta a tutte queste domande, da un lato, evitando la scuola imprenditoriale del “Just do it” (totale assenza di strategia), dall’altro evitando di cadere nella paralisi analitica, cioè nell’elaborazione e rielaborazione di piani imprenditoriali astratti perché poco basati sul contatto con i clienti.

 

Ecco allora che interviene il concetto di validazione: quel processo che ci consente di verificare le nostre ipotesi di business, mediante test empirici condotti sui nostri clienti: nella realizzazione dei test, diviene fondamentale la realizzazione di un MVP (Minimum Viable Product o, in italiano, MPF (Minimo Prodotto Fattibile).

Ma cosa è un MVP?

Un MVP è la ricostruzione del nostro prodotto o servizio realizzata nel modo più veloce e più economico possibile.

Possiamo dire che un MVP è un prototipo?

Nelle prime fasi di un sviluppo di una startup possiamo dire sicuramente di no o forse è meglio parlare di “pre-totipo”: a differenza di un prototipo, infatti, un MVP risulterà essere molto meno raffinato e “bello da vedersi” e con pochissime funzionalità.

Nella fase iniziale, ciò che rileva è che l’MVP sia efficace e ci aiuti a raggiungere il nostro scopo: condurre dei piccoli test e avere le risposte, i dati che cerchiamo, nel minor tempo e al più basso costo possibile.

Ovviamente, trattandosi di un processo iterativo, il grado di complessità di un MVP varia tantissimo a seconda della fase in cui la startup si trova.

 

Si passa dagli Smoke Test (test preliminari estremamente semplici, per verificare se il prodotto funziona o è difettoso, o per verificare se ha un appeal verso il nostro potenziale mercato, è il caso ad esempio una landing page) fino ad arrivare ai primi prototipi veri e propri, con una serie di caratteristiche mancanti.

In alcuni casi, si fa ricorso al cosiddetto “Mago di OZ”: è un MVP che – dal lato consumatore – dà l’illusione che un prodotto/servizio sia completamente funzionante, ma nella realtà il funzionamento dello stesso non è assolutamente automatizzato, ma è fatto in modo completamente manuale dagli operatori dell’impresa (classico esempio è quello di uno dei primi e-commerce di scarpe, Zappos).

Un ulteriore esempio può essere quello del Reward Crowdfunding: alcune startup – pur non avendo effettivamente iniziato la produzione del proprio prodotto finito – lo mettono come ricompensa del crowdfunding. Molto spesso, chi fa un’operazione del genere, infatti, ha un prototipo del proprio prodotto e vuole validare il mercato, verificando l’interesse dei potenziali acquirenti.

 

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