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Fabio Ingegno, da ingegnere a fotografo, racconta:

“La fotografia per me è tecnica ed empatia, parto dalla luce per arrivare alla forma! L’arte della fotografia è una cosa completamente evanescente, la rende inconsistente. Non abbiamo una foto, abbiamo il ricordo che porta in sé”.

Gli abbiamo rivolto alcune domande per conoscere meglio la sua storia.

 

Fabio Ingegno

Intervista di Sabrina Turturro

 

Fabio, sei laureato in Ingegneria dell’Informazione. Dopo due anni di lavoro in questo settore hai cambiato vita. Come sei arrivato a questa scelta? 
Dopo la laurea ho subito iniziato a lavorare per una grossa azienda di informatica occupando il ruolo di programmatore, nella speranza di far gavetta e crescere, quando ho capito che era invece una strada senza uscita ho iniziato ad essere insofferente, lavoravo più di 10 ore al computer; si cominciava ad avvertire la crisi e mi sono ritrovato in una situazione che non mi piaceva, a me non è mai piaciuto fare programmazione. Non vedevo vie d’uscita, perciò ho deciso di licenziarmi.

 

E subito dopo è arrivata la fotografia. O hai sempre saputo di voler fare il fotografo?
In realtà no, è stata un po’ una cosa non prevista.Come mio hobby principale c’è sempre stata la musica, studiata da quando ero piccolo, all’epola la fotografia era una “passione molto marginale”. La mia prima reflex l’ho avuta in regalo proprio alla laurea, prima mi dilettavo con una compatta, mi divertiva fare foto alle feste con amici un po’ come oggi noi le facciamo con i telefonini, ma era comunque un interesse che coltivavo tramite la lettura di un sacco di libri di autori e manuali; poi del tutto casualmente ho deciso di frequentare un corso che mi aprì la strada alla fotografia (all’epoca lavoravo come ingegnere), e piano piano diventò una questione sempre più seria. Poi partecipai ad un concorso fotografico (Medit Summer Fashion) e durante il secondo anno dello stesso fui scelto come coordinatore la mostra fotografica annessa. Da lì si è aperto un mondo, capii che non volevo stare dietro una scrivania del pc e che avevo bisogno di nuove prospettive.

 

Insomma, è stato un processo di avvicinamento graduale…
Sì, non mi piace stare fermo. Nella vita o ti lanci o non fai niente: mi sono trovato davanti ad un bivio ed io ho deciso di lanciarmi.

 

Qual è il tuo genere fotografico preferito?
Sicuramente still life perché è sempre stata una sfida con me stesso: devo rendere un oggetto tridimensionale e preferisco fare tutto in fase di scatto. La luce per me è la cosa fondamentale..
Lo still life è un genere sottovalutato perché la maggior parte dei destinatari ignora il grande processo che c’è dietro: riuscire a valorizzare un prodotto anche riuscendolo ad isolare completamente; e se non ci riesci il prodotto muore. Devi scegliere tutto, come inquadrarlo, come esaltarlo al meglio e soprattutto la luce. Insomma, per me è un continuo oscillare tra amore e odio per questo genere ma è sicuramente quello che sento più mio.

 

Come sei arrivato a definire il tuo stile fotografico?
Sono molto tecnico, non posso definire il mio stile. Analizzo il progetto con precisione parto dalla luce per arrivare alla forma. Ma mi ritengo anche una persona empatica, riprendere un evento mi emoziona, è come vedere un film. L’arte della fotografia è una cosa completamente evanescente, la rende inconsistente. Non abbiamo una foto, abbiamo il ricordo che essa porta in sé.

Fabio Ingegno

ADV for Lancaster Italia – ph. Fabio Ingegno
 
T’ispiri a qualche fotografo o artista in particolare?
Ho una lista! Ogni fotografo ha particolarità e diversi modi di lettura. Se dovessi citarti un fotografo del mio settore è Guido Mocafico. Lui ha quella consapevolezza di avere la padronanza della luce, e quindi riesce ad andare oltre.
Nella moda Helmut Newton, Nick Knight; nel ritratto Albert Watson, Rankin.
Ma indubbiamente la lista sarebbe molto più lunga.
 
Da poco hai co-fondato un’agenzia fotografia qui a Bari, YEAH studio. Com’è nata quest’idea?
logo fabio ingegnoIo e Gaetano(l’altro co-fondatore) ci compensiamo e c’è sempre stata grande stima reciproca. Quando abbiamo capito dove volevamo arrivare il passo è stato breve e facile; abbiamo deciso di iniziare a creare qualcosa di nostro per essere più completi.

 

 

Che consiglio daresti a chi vorrebbe approcciarsi alla professione di fotografo oggi?
Non farlo se pensi che sia la tua ultima spiaggia: se lo fai perché non riesci a trovare lavoro riguardante quello per cui hai studiato… lascia perdere. Ci possono essere vari approcci alla fotografia, forse troppi, ma l’unica cosa fondamentale è vivere sempre con la curiosità di esplorare: virere con l’approccio da eterno bambino, ed essere sempre curiosi. Molto più spesso invece ci si perde dietro la tecnologia, la macchina e tutto diventa monotono privo d’anima, e questo non deve assolutamente accadere.

 

Fabio, l’ultima domanda riguarda il tuo rapporto con Impact Hub Bari e lo spazio di coworking. Da anni sei il fotografo ufficiale dello spazio: come lo vivi?
Quando sono entrato per la prima volta c’era solo il pavimento dell’ingresso. Diego(Antonacci, co-founder) mi stava spiegando come l’avrebbero organizzato. Ho visto quindi crescere l’Hub intorno a me!
Il muro con le foto dei membri, posso dirlo, nasce con me. Io lavoravo in uno studio da solo perché fin dall’inizio ho sempre lavorato con le aziende. Per me Impact Hub è stato il punto di sfogo: interagire con gente che non c’entra nulla con la tua professione è occasione di crescita. Non mi definisco un creativo, ma tutte queste situazioni ti aprono la mente.

 

 

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