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Chi sono e cosa faccio?

Mi chiamo Lydia Siragusa, sono Laureata in chimica e tecnologie farmaceutiche, con un master in “Drug design and syntesis” e un dottorato in Biologia Computazionale a Perugia.

Ho girato un po’ l’Europa (Francia e Inghilterra) per varie collaborazioni e ho chiuso la mia esperienza a Barcellona dove ho lavorato presso un istituto di ricerca in biomedicina.

Quando sono ritornata in Italia ho deciso di iniziare la mia attività di freelance nell’ambito della ricerca. Oggi ho in piedi una collaborazione con le Università di Bari, di Perugia, di Modena e Reggio Emilia e con un’azienda di Londra, la “Molecular Discovery”.

In italia purtroppo è molto difficile lavorare nella ricerca perché non ci sono tanti fondi pubblici che la finanziano, quindi diventa una necessità lavorare con in privati. Chiaramente per un privato, l’obiettivo primario è quello di fatturare, quindi la ricerca non può mai essere “disinteressata”, ma assume un tono sempre più commerciale.

Quali differenze hai trovato nell’ambito della ricerca, tra i vari Paesi europei?

L’idea che mi sono fatta è che in Italia la ricerca non è meritocratica, e questo aspetto, unito ai pochi fondi che lo stato mette a disposizione, rende davvero complicato intraprendere una carriera. Ragion per cui il fenomeno della fuga dei cervelli è un reale problema per il nostro Paese.

A Barcellona invece è molto più semplice. Lì ho trovato un ambiente più disteso ed un sistema realmente meritocratico dove se si è davvero bravi ci sono molte possibilità di fare di questa passione un lavoro.

Perché hai deciso di tornare in Puglia?

Io sono un classico esempio di chi ha sentito forte la responsabilità del famoso “Contratto Etico” di Bollenti spiriti. Dopo aver frequentato il master finanziato dai fondi regionali infatti, non ho mai smesso di pensare che il mio obiettivo fosse accumulare esperienza per poi ritornare nella mia terra e offrire il mio contributo alla crescita del territorio. E così è stato. Dopo 5 anni sono ritornata qui.

 

Qual è il tuo obiettivo professionale?

La divulgazione scientifica in italia non esiste: mi piacerebbe “liberalizzare” questo settore. Come lo farei? Organizzando eventi che utilizzino linguaggi più semplici e creando un network di persone e aziende. A questo proposito, sto cercando persone che abbiano la mia stessa necessità, per iniziare a collaborare e mettere su questo progetto.

Vorrei creare una rete di ricercatori che si affacci al mondo esterno, quello delle aziende, cercare finanziatori e aprire un “Impact hub science”.

 

Come hai conosciuto Impact Hub Bari?

Innanzitutto il fatto che ci fosse Impact hub è stato un fattore che ha sicuramente contribuito al ritorno. Ne sono rimasta affascinata e ho subito deciso di diventare parte di questo progetto. Qui voglio imparare e collaborare con altre persone, ad esempio su un settore, quello della redazione di bandi, che per la mia attività può essere strategico.

Ho partecipato ad una giornata nell’ambito del progetto sCAMBIAMOci, e l’esperienza mi è piaciuta molto. Durante quell’incontro ho avuto la possibilità di entrare in contatto con persone affini alla mia attività, nonostante il progetto abbia poco a che fare con il mondo della bioinformatica.

Per me il fatto che qui ci sia uno scambio tra più persone con competenze completamente diverse è un elemento di assoluto valore.